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Vincenzo Capocasale - Delegato ai rapporti con il Clero e la Famiglia del Movimento NOI - Rete Umana

a cura di Vincenzo Capocasale/

“Non è un Paese per vecchi”,  “Non è un Paese per bambini”, “Non è un Paese per poveri”:
è l’Italia!

Che oggi l’Italia non sia un “paese per vecchi” – benché sia diventato un “paese di vecchi” – a preoccupare è, particolarmente, il fatto che l’Italia non sia neppure un “paese per bambini” e che stia pure diventando un “paese non adatto ai poveri”. A rivelarlo impietosamente sono i dati Istat che, insieme a quelli forniti dal Censis, ben disegnano la crisi che attanaglia l’Italia; una crisi caratterizzata, altresì, da una dolorosa sensazione di “mancanza di futuro”, la quale genera rabbia e risentimento diffusi. Nel nostro Paese, nel susseguirsi degli anni più recenti le nascite sono vieppiù diminuite, mentre i decessi – in linea con l’invecchiamento della popolazione – hanno raggiunto livelli elevati; parimenti è scesa la fecondità femminile, rivelando come ciò sia dovuto al calo del numero delle donne in età feconda, nonché la propensione delle stesse ad avere figli in età matura. La popolazione residente – benché il dato sia abbastanza stabile – per le ordinarie operazioni di assestamento delle anagrafi comunali, ha pure comportato un saldo negativo, segnando incrementi in Lombarda e Lazio mentre nelle restanti Regioni (dal Veneto alla Sicilia) la riduzione della popolazione risulta più intensa.

Ne consegue che nel nostro Paese l’età media si assesta oggi intorno ai 45 anni di età, evidenziando più particolarmente che gli ultra sessantacinquenni rappresentano il 23% della popolazione totale, sottolineando che tanto non solo è frutto del calo delle nascite, ma pure dell’allungamento della vita nonché degli accresciuti flussi migratori. Tutto questo mentre continua la grande fuga degli italiani all’estero, pressoché triplicata rispetto ai dati del 2010. E’ stato, recentemente, il “Forum delle famiglie” ad avvisare che “il nostro Paese sta morendo e che la politica, tutta, debba darsi una svegliata e fare qualcosa“. Si avverte la necessità che i diversi schieramenti politici e le forze migliori del Paese seggano attorno a un tavolo e facciano davvero squadra, al fine di produrre decisioni idonee ad impedire che l’Italia scompaia. Proposte e decisioni concrete che abbiano al primo posto un “fisco a misura familiare”, perché oggi è sempre più difficile mettere al mondo un figlio e che – mettiamocelo bene in testa – senza famiglie e senza figli non ci potrà mai essere una vera e duratura ripresa economica. Questo l’avvertimento di molti studiosi cattolici che hanno indicato essere la famiglia “il tesoro nascosto del nostro Paese”.

La famiglia infatti – intesa come “Societas” – vale a formare persone oneste, affettivamente stabili, capaci altresì di avviarsi in concrete azioni di crescita economica; essa “insegna a non sprecare, risparmiando”, ma – sopratutto – insegna a prendersi delle responsabilità. E sono gli economisti di educazione laica a a convalidare questo dire affermando essi – e senza mezzi termini – che “sono i figli a portare avanti un Paese”. Certamente mi si obietterà che oggi è “la famiglia” ad essere in crisi e che i matrimoni non reggono a lungo; tuttavia è anche vero che – a fronte di questa triste verità – ci sono pure famiglie solide e che in crisi non sono, e questo anche grazie all’insegnamento e alla fede cristiana che le connota. In Italia, a mio parere, sono due i pregiudizi che pesano sui nostri governanti in generale e su una certa borghesia che, a suo dire, si definisce “intellettuale e all’avanguardia”. Uno è che la famiglia sia un valore “esclusivamente” cattolico e poiché le lobby internazionali (e italiche) dominanti sono tutte contrarie alla Chiesa cattolica di Roma, la famiglia di per sé deve essere trascurata, se non addirittura disprezzata. L’altro pregiudizio – e questo particolarmente tutto italiano – è che Mussolini volesse famiglie numerose per disporre di “otto milioni di baionette”; di conseguenza sostenere oggi la famiglia sarebbe – ahimè – un atteggiamento “clerico – fascista”, ossia quanto di peggio si possa immaginare!

Senza dovere risalire all’imperatore Augusto (che pure promulgò leggi volte a favorire il matrimonio e la nascita di figli) perché consapevole che la denatalità avrebbe portato Roma alla rovina, mi domando cosa aspettino cattolici e non cattolici a premere efficacemente sui nostri governanti perché prendano provvedimenti davvero efficaci sulle famiglie, sul matrimonio e sulle nascite. Oggi solo donne quarantenni, che hanno risolto più o meno i loro problemi economici, possono permettersi di generare figli, mentre i giovani sposi – se fanno figli – dall’opinione pubblica sono considerati degli incoscienti! Oggi il cittadino comune, abbandonati i miti “dell’individualismo rampante” e della globalizzazione che ne è seguita, non crede più alle promesse, in particolare a quella di un “domani che non arriva mai”. Così, più realisticamente, fa i conti concreti con i problemi della vita quotidiana, avendo la percezione netta di essere “abbandonato dalle istituzioni e di doversela cavare da solo”. E’ proprio vero? Tanto risentimento è davvero giustificato? In merito i politici – particolarmente quelli dell’area di governo – obiettano che “l’economia si sta riprendendo”, che “occorre avere pazienza”, che “col tempo i benefici arriveranno per tutti”. Sentendoli verrebbe da dire che costoro probabilmente non comprendono il tempo in cui viviamo, o che ne stiano come al di fuori, isolati in un loro limbo dorato. Infatti non è detto che questa crescita (vera? presunta?) debba o possa proseguire negli anni, perché sono molteplici le variabili negative che potrebbero intervenire.

Inoltre, non è automatico che l’incremento del Pil (vero? presunto?) si possa automaticamente tradurre in una equa distribuzione della ricchezza tra i diversi gruppi sociali. Infine, mentre scontento e rabbia sono fatti certi e attuali, i benefici (se mai ci saranno) appartengono a un “incerto domani”. Insieme a queste problematiche, di carattere più specificamente economico, ve ne sono pure altre e altrettanto gravi: la nostra Società diventata più fragile e vulnerabile a causa dell’invecchiamento crescente; sacche di povertà e di disagio sociale sempre più ampie e che hanno stravolto interi quartieri cittadini; la solitudine, divoratrice della vita di molti. Questi gli effetti dei troppi ritardi accumulatisi negli anni più recenti del nostro Paese e che hanno scavato solchi profondissimi nella nostra Società Civile. Che fare dunque? Rassegnarci a un pessimismo fatalista o accontentarci di un facile ottimismo di maniera che non tenga conto dei reali problemi delle nostre città e dei suoi abitanti, e particolarmente di quelli delle periferie? Nessuna delle due ipotesi può essere una soluzione! E’ semmai auspicabile un nuovo “patto sociale” che sia in grado – anzitutto – di infrangere il senso dilagante di livoroso abbandono, insieme alla necessità di un intervento politico “mirato” che si ponga davvero come “garante” per quanti davvero “vogliono costruire e non distruggere”, facendo si che possano spezzarsi quei nodi che strozzano la nostra Società e creando nuovi rapporti tra generazioni diverse e non per questo tra loro in contrasto.

Non bisogna temere di parlare francamente, occorre far comprendere bene che “insieme ci si può salvare” e che impegnarsi in un percorso condiviso – che pure richiede “tempo e costanza” – sia il solo ”modo per riaprire il futuro”. Questo nuovo percorso dovrà avere centrali in particolare il lavoro e le nuove generazioni, perché non è vero che occorrano solo nuovi “sacrifici per essere più efficienti”, un motivetto – questo – suonato dai tanti pifferai magici che si sono avvicendati al Governo. Occorre caso mai girare pagina, costruendo nuovi modelli di sviluppo che si avvalgano del contributo di tutti e senza perdere di vista i principi della solidarietà (sociale, ambientale e umana). E’ necessario riconoscere che la disoccupazione giovanile è la causa primaria della denatalità; infatti se la procreazione viene rimandata ciò avviene per la mancanza di certezze nel mondo del lavoro. Occorre altresì riconoscere che spesso esagerati standard educativi e di mantenimento dei figli offre (o piuttosto impone) ai bambini eccessive attività extra scolastiche e che, inoltre, i servizi per l’infanzia, iniziando dagli asili nido, sono poco finanziati, determinando per le famiglie oneri aggiuntivi. Non ultimo, fare a meno, infine, del cinismo di certe affermazioni secondo le quali al commento che “i giovani non trovano lavoro”, segue quello che “….per fortuna sono sempre meno!”. A questo pesante insieme di di gravi problematiche ne va aggiunto ancora un altro, quello che la denatalità e l’invecchiamento del Paese determinano una situazione dove “sanità” e “previdenza” finiscono per assorbire una quota sempre più consistente della ricchezza restringendo la disponibilità di investimenti produttivi pubblici e privati, rallentando la crescita e rendendo sempre più critico lo stato della disoccupazione e sotto occupazione giovanile.

Se davvero si vuole uscire da questa spirale negativa occorre smetterla di discutere sulla utilità o meno dell’immigrazione al fine di ricostituire la popolazione, ciò facendo – peraltro – in base a meri pregiudizi: o quello favorevole ad una politica di accoglienza indiscriminata o quello mirante alla costruzione di impossibili muri di protezione. Tornando al tema della disoccupazione giovanile, giustamente è stato indicato che la soluzione del problema sta nella concentrazione degli sforzi sulla crescita individuale dei giovani e su una rinnovata e differenziata offerta formativa professionale. A ben guardare la decrescita della natalità è iniziata col passaggio dalla prevalenza agricola a quella industriale, impennandosi quando il settore prevalente è diventato quello dei servizi. I cambiamenti, avvenuti nel giro di tre sole generazioni, hanno eroso la fiducia nel futuro, che era forte quando si pensava che i figli sarebbero stati meglio dei padri e dei nonni. All’affermazione che recita “il futuro non ci sarà se questa fiducia non sarà ricostruita”, vorrei aggiungerne un’altra: quella che una popolazione giovane e con un buon numero di figli può essere uno stimolo ai consumi. Infatti, se i giovani diminuiscono si assottiglia proprio quella fascia di persone che davanti a sé ha una vita intera di sogni e di bisogni da realizzare (una casa, una nuova auto….). Così l’economia, per poter sopravvivere, avrà sempre più bisogno di esportare e, per farlo al meglio, dovrà guadagnare in produttività tagliando i costi del lavoro e il potere d’acquisto. La qual cosa spinge a fare meno figli, che è quanto oggi in Italia sta avvenendo…

Ecco allora che la strada giusta non può che essere quella di dare più servizi alle giovani coppie; iniziando dai bonus elargiti (per come avviene in Francia) e poi grazie all’aumento degli assegni familiari per quanti dovessero avere più di due figli. Un altro positivo salto in avanti può essere quello di una “conciliazione” tra lavoro e attività familiari e molto potrà aiutare un intervenuto cambiamento culturale maschile che ha fatto si che gli uomini siano diventati sempre più coinvolti positivamente nella cura dei figli, anche grazie al potenziamento del congedo di paternità. Da quanto detto sino ad ora sembrerebbe che molti problemi possano avere soluzioni rapide, purtroppo non sempre è così, perché altri – e gravi – incombono: primo fra tutti una povertà sempre più crescente tra giovani e anziani. In Italia la povertà assoluta dai meno di due milioni di individui è passata agli attuali circa cinque milioni; se poi a questi cittadini si assomma il numero di coloro che versano in uno stato di povertà relativa il totale dei cittadini indigenti supera gli otto milioni.

Occorrono, pertanto, strategie adeguate e incisive di sostegno al reddito, e certo non è aiutare i pensionati chiedendo indietro il bonus a suo tempo a loro erogato. C’è in atto insomma un processo straordinario e che sta avvenendo sotto i nostri occhi e del quale dobbiamo saperne cogliere tutta la gravità della portata, poiché povertà, disuguaglianza, denatalità (che sono gli aspetti che lo connotano) hanno tutti molteplici cause d’origine e tutti metodi diversi di soluzioni efficaci, che però non devono essere tra loro contrastanti. Il loro superamento infatti, potrà avvenire solo attraverso un efficace rafforzamento delle misure socio-assistenziali, ma sopratutto anche attraverso rinnovate politiche fiscali a cui dovrà necessariamente accompagnarsi una regolamentazione davvero efficace del mercato del lavoro. E allora, stiamone certi, l’Italia ripartirà!

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Vincenzo Capocasale
Salve sono Vincenzo Capocasale, laureato nella Facoltà di Giurisprudenza all'Università di Siena. Negli anni '70 ho rivestito l'incarico di responsabile del Fuan. Sono stato assunto presso la Cassa di Risparmio di Calabria e di Lucania poiché Vincitore di concorso dove sono risultato primo su dodicimila concorrenti. Dal 1978 ho collaborato con le Testate dell'Istituto in qualità di redattore ai programmi economici nel quindicinale televisivo "Carical Informa". Ho curato inoltre uno spazio televisivo e una pagina sulla rivista "Agorà" dove presentavo i beni artistici della Calabria e della Basilicata, in particolare le più interessanti emergenze culturali e sconosciute ai più. Ho chiuso la mia carriera pensionandomi anticipatamente nel febbraio 2008. A Cosenza sono stato socio Unitalsi e attualmente sono impegnato in qualità di volontario presso le Case famiglia della Divina Provvidenza, presso l'Associazione di Volontariato "Casa Nostra" e seguo anche le attività della Cooperativa Sociale "Arca di Noè".

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